Piccole opere

Ognuno dei miei ricami è racchiuso in una scatola realizzata con la tecnica dell’assemblage art.

Alcuni pezzi sono di grande formato, ma amo anche l’idea di creare piccole opere che si possano custodire gelosamente in un cassetto, o portarsi addosso, in tasca, appuntate dentro la giacca, o in giro, come portafortuna o silenti compagne di viaggio, accessibili anche a  chi non può investire una grossa somma di denaro.

Chi volesse adottare o regalare uno dei miei pezzi unici, sia dall’Italia che dall’estero; può contattarmi via mail, su Telegram o su Instagram, per avere informazioni che non sono nella descrizione o su prezzo, pagamento, consegna etc. In un mondo perfetto mi piacerebbe affidarli personalmente, ma posso inviare anche per posta o corriere.

Mostruosità dell’eccesso – Settembre 2021

La seconda striscia di tessuto, dopo il memorioso, dedicata al mio amato Funes. In questo punto il narratore racconta che Funes gli disse di aver scoperto un sistema originale di numerazione usando le parole al posto dei numeri; sulla striscia ho ricamato alcune delle sue parole: “7013: “Maximo Perez”, 7014: “La Ferrovia”, “Luis Meliàn Lafinur, Olimar, zolfo, il trifoglio, la balena, il gas, la caldaia, Napoleone, Agustìn de Vedia. 500: “nove”. Gli feci osservare che dire 365 è dire tre centinaia, sei decine, cinque unità: analisi che non è possibile con i numeri. Il Negro Timoteo o Mantello di carne”. Funes non sentì o non volle…”

L’ultima parola della frase, “sentirmi” è ricamata invece su un leggerissimo ritaglio di cotone, quasi trasparente, che ho usato per contenere una serie di oggetti che per me rappresentano la sua mente sconnessa e puntigliosa allo stesso tempo. Ho immaginato mentre li raccoglievo e sceglievo il modo diverso e la “patologia del ricordo” attraverso la quale Funes li avrebbe guardati.

In ordine sparso, nel velo di cotone, avvolto poi su se stesso e chiuso con una spilla infilata in un campanello, ci sono la molla e un ingranaggio di vecchio orologio, un fischietto di argilla a forma di faccia modellato da una bambina, una conchiglia, una chiave, la sommità secca di un limone, la sommità secca di una melanzana lunga, un pezzettino rettangolare di corteccia, la radice secca di una pianta di sedano, un pezzetto di legno di Palo Santo, un rametto ricoperto di licheni, un ciuffo di lana grezza, la molla di una molletta di legno per i panni, un pezzetto di catena di metallo, una scaglia di un vaso di terracotta fatto a mano, un pezzo di conchiglia levigato, una medaglietta indiana di bronzo, un contagocce di vetro, un vecchio rocchetto di filo viola, due guarnizioni di gomma in cattive condizioni, 5 chiodi di ferro arrugginito, il fondo di una testa d’aglio, un filo di ferro avvolto su se stesso recuperato dalla cenere di un camino, la lametta arrugginita di un taglierino, il ritaglio di una delle due foto che ho incollato sulla busta di carta che contiene l’involto, e quello che credo sia lo scheletro bianco di un qualche mollusco, che ho usato anche per Sottocosta.

Il contenitore di tutto questo è una busta di carta da pacchi con la quale ho ricevuto alcuni rocchetti che avevo ordinato direttamente dall’Inghilterra. Sul lato superiore della busta ho applicato un barattolo piatto di latta con un tappo a vite, sul quale è incollato il pezzo di una vecchia giostrina di legno con i cavalli. All’interno del barattolo c’è un centrino quadripartito, ripiegato su se stesso.

Sopra il barattolo c’è una piccola scatola di fiammiferi ricoperta con il ritaglio di un biglietto da visita che avevo a casa, che rappresenta quella che mi sembra una libellula su fondo viola. La scatolina si apre tirando verso destra un infila-ago di alluminio; all’interno ci sono gli ingranaggi di un vecchio orologio. Sopra ancora ho incollato un groviglio di filo bianco, e sulla destra ci sono due ritagli di carta da lucido sui quali ho fatto delle prove con i colori a olio quando dipingevo. Sulla piega c’è un mio disegno a rapidograph di un cavallo imbizzarrito, e la parte metallica, piuttosto arrugginita, di un raschietto per la modellazione dell’argilla.

Sull’altro lato del contenitore di carta ci sono il disegno di una texture fatto a matita, due ritagli di una vecchia camicia da smoking, un mio disegno a penna biro, un pezzo di un vecchio seghetto arrugginito, un’altro ritaglio di carta da lucido ricoperta di colore a olio, e una busta di carta sulla quale sono incollati un cucchiaino e un portaetichette che ho staccato da un vetusto baule da viaggio. All’interno della busta un documento del 1880, che tratta della cessione di una nicchia sepolcrale del Camposanto comunale di San Giorgio a Cremano.

Sulla piega esterna e interna ci sono due fotografie in bianco e nero che ritraggono un ragazzo altoatesino che stende i panni nel cortile retrostante al suo albergo, a San Giacomo, una frazione di Ortisei.

Invece di aspettare che qualcuno ti porti fiori – Marzo 2021

Per questo ricamo ho usato uno dei fazzoletti che ho usato anche per El siempre mar; è poco più grande di quello, circa 20 centimetri per 21. È il primo ricamo per il quale ho usato colori un po’ più vivaci dei miei soliti grigio/azzurro/beige chiarissimi, ed ha la particolarità di essere fatto con solo due fili, quello colorato e quello bianco, invece dei soliti tre. Il filo bianco inoltre l’ho passato solo sulla corona esterna del fiore, per suggerire l’energia vitale che il fiore emette, una luce quasi palpabile, che lo permea.

Ho disegnato il fiore sul fazzoletto molti mesi prima, ispirandomi a una vecchia incisione che non ho più ritrovato. Poi l’ho messo da parte e ho ripreso il ricamo da capo.

Sul contenitore mi ci sono un po’ accanita. Volevo trasmettere il concetto di profumo, opulenza, fiore che diventa frutto. Ho usato una scatolina che mi è molto cara, perché è l’ultimo regalino che mi portò mia madre di ritorno da un viaggio in Cina. Le avevo chiesto di cercarmi un tè matcha biologico, ma con le difficoltà della lingua lei finì per riportarmi quello che (al netto dell’etichetta per me incomprensibile) credo fosse un gun powder al gelsomino, che forse apprezzai anche di più.

La scatola ha due incavi, uno sotto e uno sopra il coperchio; quello sotto l’ho riempito con ritagli dei fili che rimangono dai vari ricami. Sulla parte superiore del coperchio ho incollato un vecchio spremiagrumi di legno, sul quale ho incastrato una decorazione di metallo e un piccolo ciondolo rubato a una cavigliera d’argento. Alla base dello spremiagrumi ho incollato una serie di perline di vetro verdi e trasparenti.

Sul bordo esterno del coperchio ho incollato i denti di una vecchia spazzola di legno; ho colorato gli apici dei bastoncini di legno con una matita pastello viola e poi ci ho passato sopra una goccia di smalto trasparente (che dovrebbe essere ecologico, ma sullo smalto ecologico c’è da discutere). All’interno del coperchio ho posizionato il vecchio filtro di un lavello, che ho riempito di fili di scarto, questa volta bianchi.

Sulla scatola vera e proprio ho poi costruito una piccola gabbia di filo di rame ricoperto in argento, con la tecnica del wire art, che amo molto, con la quale mi sono esercitata da autodidatta durante il 2017, prima di iniziare a ricamare. Ho incollato tutto attorno alla scatola un mio disegno a penna biro su carta velina beige, che raffigura una serie di insetti visti da varie prospettive.

Sul fondo della scatolina ho messo un tappeto di fiori secchi di lavanda, sui quali ho poi adagiato il ricamo, posizionato in modo che la prima cosa che si vede sia la corolla del fiore e i suoi petali centrali.

Saffron – Marzo 2021

Questo è stato il primo ricamo per il quale ho preso coraggio e ho utilizzato finalmente fili di colore più deciso rispetto a tutti i precedenti. La stoffa è un ritaglio dell’antico sudario di cui ho spesso parlato; ho lasciato sfrangiati i bordi laterali, mentre per quello superiore, che ho poi avvolto su un rametto di legno, ho usato un punto macchina o doppio punto.

Ho preso ispirazione per il disegno da un’incisione trovata su un erbario che risale al 1540, l’Herbarum, Arborum, Fructium, Frumentorum, del tedesco Christian Egenolff. Adoro gli erbari antichi, principalmente quelli di questa epoca, e ne ho una collezione, ovviamente digitale, alla quale attingo spesso.

Il contenitore è una semplice scatolina di cartone, sulla quale ho realizzato un collage con alcuni dei miei disegni, una fotografia fatta una ventina d’anni fa con la mia Vigtlander Vito B, un cartoncino a specchio, un ritaglio di una lanterna di carta colorata fatta dai bambini di una scuola Waldorf, e una targhetta di metallo appartenente a un vecchio ascensore.

All’interno la scatolina è rivestita con una carta velina giallastra, e sul fondo ci sono alcuni pistilli di zafferano provenienti dalla coltivazione biodinamica  di un’amica che ha un’azienda agricola in Umbria. Sulla faccia inferiore del coperchio c’è un altro ritaglio della foto di cui sopra, il titolo dell’opera scritto a pastello, un ritaglio di un’illustrazione presa se ben ricordo dall’involucro di una confezione di uova biologiche, e l’etichetta di un vecchio rocchetto di cotone.

Il ricamo, che rappresenta una pianta di zafferano con il suo bulbo, è avvolto intorno a un rametto e incastrato in diagonale a mezza altezza nella scatolina. La mia intenzione in questo caso è stata raffigurare l’insieme di ricordi che associo al profumo e al sapore dello zafferano; alcuni piacevoli, altri scomodi. Le due sensazioni, in apparente contrasto tra loro, sono legate da un senso di lentezza, di noia e di insofferenza che ha fatto parte della mia vita prima della maggiore età.

Questa piccola opera non è più disponibile per la vendita e appartiene a una collezione privata.

Giochi ogni giorno – Febbraio 2021

Per questo mini-ricamo ho usato il polsino di una vecchia camicia di cotone. Ritrae una serie di fiori del tutto immaginari, per i quali mi sono ispirata in giro su Pinterest. Si tratta, viste le dimensioni, di un solo filo, color oro/bronzo, con la firma in arancio. il polsino ha due asole, una al centro e una su un lato.

Sulla parte inferiore ho cucito una per una (cioè non collegate tra loro) una serie di spille da balia di varie dimensioni. Quando il ricamo viene sollevato manda un lieve rumore di metallo, che trovo molto musicale, che ricorda vagamente il vento o lo scorrere dell’acqua.

La scatola che ho usato è un vecchio contenitore per pennelli cinesi.  Sul coperchio ho incollato un pezzetto di legno proveniente da un tronco di un corbezzolo proveniente dal nord della Sardegna; la scatola è poi fissata su due listelli di legno a sezione quadrata che usavo anni fa per rialzare le tele sulle quali dipingevo a olio, rispetto alla base del cavalletto.

Tra gli sbaffi di colore ho scritto con una penna stilografica a china i primi versi di una poesia di Neruda, che ho studiato quando, quasi maggiorenne, iniziai un cordo di teatro che poi seguii per un paio d’anni.

Sui lati della scatola ci sono due vecchie scatoline un po’ arrugginite di caramelle che credo di aver comprato durante un viaggio a Miami; una è riempita con semi di fiori melliferi che attirano particolarmente gli insetti pronubi tra cui le api. L’altra è riempita con semi di ginepro, coriandolo e pimento. Per aprirle bisogna cliccare al centro del coperchietto e per chiuderle stringere con due dita i lati.

Nello spazio tra la scatolina e i listelli di legno ho fissato una cordina di canapa che si allunga sui quattro lati. Alle estremità ho incastrato quattro vecchie pompette di gomma per contagocce, che trovai in una vetreria di San Lorenzo ubicata in una vecchia fabbrica di pasta, che mi colpì tantissimo sia per la bellezza decadente del posto sia perché era piena di artigiani incredibili, tra cui dei soffiatori e modellatori di vetro.

All’interno il coperchio ha un cuscinetto rosso sul quale ho incollato un vecchio specchietto da borsetta. Il ricamo è adagiato su un ritaglio di quel bellissimo sudario di cui spesso ho raccontato, e sotto il ritaglio ci sono alcune foglie secche e tre monete cinesi con un buco centrale.

I miei sogni sono come la vostra veglia – Febbraio 2021

La base di questa piccola opera è il ritaglio di uno sparato, piuttosto elaborato, di una camicia da smoking. Sul bordo inferiore ho applicato 13 contagocce di dimensioni diverse tra loro, dalla punta dei quali sbuca una piccola perlina di vetro verde, come una goccia in procinto di cadere.

Muovendo il ricamo, i contagocce mandano un suono gentile, cristallino, come di acqua. Sullo sparato ho cucito un ritaglio di un tessuto molto leggero, quasi trasparente, sul quale ho ricamato una frase del racconto di Borges, “Funes, o della memoria”, al quale sono dedicate altre due opere, “Il memorioso” e “La mostruosità dell’eccesso”: “Allora vidi il volto di quella voce che aveva parlato tutta la notte. Ireneo aveva diciannove anni, era nato nel 1868.”

Sollevando questo lembo, si può vedere un altro piccolo ritaglio, ricavato dal sudario di cui ho spesso parlato, sul quale è ricamato un fiore di passiflora, citato nell’incipit del racconto. Sul retro dell’opera ho ricamato firma e data.

Il ricamo è adagiato in una scatolina di latta rivestita di carta velina. Sulla parte inferiore del coperchio è incollato un ritaglio di stoffa al quale ho cucito un filo di ferro arrugginito a simboleggiare i contorti percorsi mentali di Funes. Il coperchio è rivestito da un ritaglio di un mio vecchio disegno su carta velina, fatto con penna a sfera e gessi colorati, che rappresenta la punta di un’ala. Sopra il disegno sono incollati due fili di seta di diverso spessore,  in due sfumature di azzurro.

La parte inferiore della scatola è rivestita di una serie ordinata di ceci secchi, a esprimere la maniacalità quasi autistica del mio amato Funes.

Il memorioso – Febbraio 2021

Per questo pezzo ho usato il bordino di un lenzuolino vintage; credo si tratti di un tessuto di cotone un po’ spesso e leggermente ruvido. Su questa striscetta di stoffa ho ricamato una frase tratta da uno dei racconti di Borges che più amo: “Funes, o della memoria”. Ho usato una terra arancione per la frase e un magenta per la firma e la data.

Sulla parte inferiore ho cucito una serie di bottoni e bottoncini di madreperla, tutti molto diversi l’uno dall’altro; visto il materiale alcuni sul retro hanno meravigliosi colori cangianti, e provenendo dai cassetti di anziane signore conservano ancora un inconfondibile profumo antico.

Sulle due estremità della striscia ho cucito due piccolissimi automatici, in modo da poter, volendo, allacciare la striscia di stoffa al polso o al supporto che si preferisce.

La scatolina di cartone bordeaux è un lascito di una nonna di mio marito, e dalla scritta all’interno credo provenga da una città degli Stati Uniti che fa parte della contea di Bristol, nel Massachusets, conosciuta anche per essere la capitale mondiale degli artigiani gioiellieri. Sul fondo ho sistemato un rettangolo di stoffa ritagliato da un antico telo per sudari.

Questo pezzo può essere lavato in lavatrice così com’è; io di solito li lavo tutti con i bianchi a 40 gradi, ovviamente con detersivo ecologico e senza ammorbidente, e poi li asciugo al sole; conviene non lasciarlo troppe ore esposto alla luce in estate altrimenti il colore del filo potrebbe sbiadire un pochino.

Nel fosso – Settembre 2020

Il terzo ricamo della serie degli arcipelaghi differisce leggermente dagli altri due per l’aggiunta di un terzo filo, una terra scura, al verde e al bianco, e la firma in rosso. Anche il tessuto è molto diverso dai primi due: si tratta di un vero e proprio strofinaccio, un ritaglio impreciso (i lati lunghi misurano uno 65 cm e l’altro 66, e i lati corti uno 29 e l’altro 30 cm) di una stoffa di cotone piuttosto grossolana.

A differenza di Sottocosta, che ritrae uno scorcio calmo e ozioso, come quello di una barca a vela ormeggiata a breve distanza dalla terra, e di Naufragare, con il quale ho voluto trasmettere l’ingegnarsi, la ricerca e la raccolta delle risorse trovandosi alle prese con una situazione di emergenza, con questa scatola ho voluto esprimere la sensazione che ho spesso provato durante le traversate in traghetto, quando incuriosita gettavo lo sguardo nella sala macchine, che in gergo viene chiamata il fosso.

Il contenitore è una scatola metallica cilindrica un po’ arrugginita. Sul fondo ho incollato la lama di una sega circolare che ho trovato nel giardino di una casa di Sant’Oreste, un paese del Lazio, vicino al monte Soratte. La scatola è tappezzata con alcune foto scattate molti anni fa sul traghetto Napoli-Ischia, che a volte prendevo insieme a mio padre, ed è quindi legato a ricordi molto forti.

Sulle foto è avvolta una rete metallica sotto la quale ho infilato da un lato alcune alghe secche, dall’altro una guarnizione di gomma che ricorda i salvagenti sistemati qua e là su queste navi, e che da bambina mi trasmettevano sempre un certo timore.

Sul lato superiore del coperchio ho incollato un bracciale di metallo nel quale ho incastrato la piletta di un lavello da cucina. Sul lato interno ho incollato un barattolo di vetro pieno di acqua salata con sale marino integrale, piena di quel tipo di sassi marini che hanno una scarsa attrattiva da asciutti, ma diventano molto belli quando sono bagnati.

Sul fondo della scatola ho ricreato quello che ho immaginato possa essere il contenuto di un cassetto metallico della sala macchine di un traghetto (napoletano): bulloni, chiodi, guarnizioni metalliche e una vecchia chiave arrugginita, un tubetto di colla quasi del tutto vuoto, sale marino e una boccetta di vetro che una volta conteneva balsamo di tigre, riempita con grasso minerale per motori. Aprendola diffonde quel tipico odore che nella sala macchine è mischiato al sentore di ferro e al tanfo della nafta.

Naufragare – Agosto 2020

Questo lavoro fa parte di una serie di tre ricami, che ho riunito sotto il nome “Prendere il controllo, perdere il controllo”. Sono gli unici tre lavori (finora) ricamati su tessuti che ho precedentemente colorato, in questo caso con dei granuli di ferro per le piante. Ho descritto il procedimento in questo post sul blog.

I tre ricami sono realizzati su tre tessuti estremamente diversi tra loro; per questo “arcipelago” in particolare ho usato su un ritaglio di cotone sottilissimo, liso e bucato in vari punti, che misura 45 centimetri di altezza per 52 di larghezza. L’ho portato spesso con me in un periodo nel quale andavo a fare il bagno sia al mare che al lago; mi piace pensare che tra i fili rimangano impigliate le energie che in quel momento la natura esprimeva.

Il contenitore è un vero e proprio incontro tra istinto e ragione. Sono partita da una scatolina di legno che originariamente conteneva i bastoncini del gioco dello shangai, che poi è stata scartavetrata e usata come portamatite per la scuola. La parte superiore del coperchio è un verde-blu, quella inferiore, che non si vede perché il coperchio slitta orizzontalmente ma non si può togliere, è un rosso-magenta.

Sul coperchio della scatola ho avvitato un groviglio di filo di ferro che ho trovato anni fa durante una passeggiata nel Parco di Veio. Qualcuno aveva recintato un campo con il filo e aveva poi lasciato la rimanenza ad arrugginire appesa a un paletto. Mi incuriosì l’aspetto antropico che aveva e l’esperienza tattile che restituiva, così lo adottai. Sull’estremità del coperchio ho incollato una striscia di stoffa tagliata da un polsino di una camicia da smoking, per agevolarne lo scorrimento.

Sui lati della scatola ho sistemato quattro provette di vetro, rimanenza delle bomboniere fatte a mano per il mio primo matrimonio. Una è riempita con aculei di istrice trovati in un bosco, un altra con sale marino integrale (ho un po’ una fissazione per il sale marino), la terza con chiodi e chiodini usati o arrugginiti, l’ultima con semi di un certo tipo di pomodoro antico, di scorzonera, di zucca spaghetti, e di cetrioli.

Sulla parte sinistra ho incollato un pezzo di legno portato dal mare, e sulla destra una striscia ritagliata da una mia vecchia fotografia, scattata con la mia Voigtlander, che ritrae la passerella di un traghetto per Ischia. Ai due lati della striscia fotografica ho fissato due vecchie monete: una è un dinar jugoslavo del 1968 (il mio anno di nascita); l’altra sono 20 centesimi di lira del 1910, e rappresenta la “libertà librata”.

All’interno la scatola è tutta macchiata di colori, talmente bella e casuale che ho voluto lasciarla tal quale. Sulla base ho incollato 21 dei rocchetti di legno che metto da parte quando finisco i vari fili. Di solito ci passo un filo d’olio d’oliva e glielo lascio assorbire; il legno prende un colore splendido e diventa più elastico.

Sottocosta – Luglio 2020

Il primo ricamo dei tre che fanno parte della serie degli Arcipelaghi; la particolarità di questi pezzi è che sono stati realizzati su tessuti precedentemente impregnati con acqua e granuli di ferro, poi lasciati al sole per un paio di giorni allargati su un tavolo, e lavati.

La base di questo lavoro è un tovagliolo di un cotone pesante, creato a sua volta a partire da un lenzuolo di un vecchio corredo della madre di un mio caro amico, originaria della Sabina. Misura circa 42 centimetri di larghezza e 38,5 di altezza e a differenza di quasi tutti gli altri ricami ha un orlo di quasi 3 centimetri su tutti i lati. Si tratta di un tessuto piuttosto robusto, l’opposto esatto di quello che ho ricamato subito dopo, “Naufragare”.

Il contenitore di partenza è una normalissima scatola bianca di cartone, acquistata una decina di anni fa. All’epoca la colorai all’esterno con gli acquerelli e incollai sul coperchio una serie di mini conchiglie, provenienti, insieme a molte altre di varie dimensioni e forme, da una scatola trovata a casa della nonna di un mio ex fidanzato, dopo la sua dipartita. La lasciai lì, incompleta, fino a qualche giorno fa, quando decisi di usarla per il primo arcipelago della serie.

Sui lati della scatola ci sono, in senso antiorario: una lattina di sgombri riempita di sassetti, sulla quale ho incollato una delle conchiglie della scatola di cui ho scritto sopra, della quale non sono riuscita a trovare la provenienza; una serie di rametti portati dal mare; una candela di cera mezza consumata e tre piccoli portasale di cristallo riempiti di semi di finocchio, di cumino nero e di coriandolo; una vecchia scatolina di mentine un po’ arrugginita, che contiene pezzi di un tipo di conchiglia particolare, con sfumature rosso scuro, sulla quale ho attaccato un vecchio gancio arrugginito proveniente da un vaso da conserva di vetro. Sotto la scatola ho incollato una mattonella di legno intagliata che credo sia tailandese, che possedevo da tanto tempo e della quale non ricordo la provenienza.

Nella parte interna del coperchio, che ho dipinto con acquerello al miele, blu e giallo, ho incollato una foto del 1967, che ritrae un mio ex fidanzato da bambino; un uomo che ha sempre avuto un rapporto molto stretto con il mare, e con il quale ho passato alcuni mesi a Raf Raf, un piccolo villaggio della Tunisia, a pescare cernie in apnea (lui le pescava, io le mangiavo). Sulla destra ci sono due baccelli di Sebasnia Punicea, una leguminosa originaria dell’Argentina anche detta “albero dei sonagli”, per via del suono che i baccelli fanno. Se ricordo bene li ho raccolti nel giardino di un signore olandese in pensione che vive stabilmente nella Sardegna del nord. Nell’angolo destro in basso c’è un adesivo proveniente da un sarong indonesiano, un vestito da uomo tradizionale, acquistato in Malesia negli anni ’90.

Sotto il ricamo, sulla base della scatola, altri pezzi di conchiglie, qualche legnetto raccolto sulla spiaggia e due egagropili (aggregazioni di residui fibrosi di piante marine).

Anche se non voglio – Giugno 2020

Questo ricamo, che raffigura un uccello su un ramo con foglie e bacche, l’ho lasciato fermo a lungo senza finirlo. Mi capita spesso di bloccarmi su un lavoro in attesa che l’ispirazione arrivi e mi porti a completarlo, cosa che poi avviene velocemente e senza ostacoli mentali.

In questo caso in particolare ho ripassato tutto il disegno con fili più accesi, che esprimono molto meglio il concetto che ho di questo genere di volatili, e ho usato il filo bianco solo per le foglie, come ho fatto anche per questa qui, ricamata sullo stesso tipo di fazzoletto, che in questo caso misura circa 19 centimetri in larghezza e 18 in altezza.

Il contenitore è una scatola di legno massello che mi è stata regalata, che una volta doveva contenere della cipria, della quale conserva ancora un po’ il profumo. il coperchio era leggermente fessurato; ho riempito le fessure con della cera naturale trasparente, in omaggio alla meravigliosa tecnica giapponese del Kintsugi.

Sul coperchio ho incollato un ramo portato dal mare che ricorda molto il modo elegante in cui gli uccelli si poggiano quando riposano. Davanti al ramo c’è una scatolina d’argento sul cui coperchio sono incise le lettere E ed F (non ricordo la provenienza, la avevo da tanto). Ho riempito la scatolina con trucioli di Pino cembro (o cirmolo; in inglese viene chiamato Swiss stone pine), un albero molto usato in Alto Adige sia per i mobili che per tanto altro.

Il suo profumo meraviglioso, calmante e rigenerante, mi riporta ad alcuni anni che ho trascorso a Ortisei da ragazza.  Nei trucioli ho adagiato un fischietto di argilla fatto a mano da una bambina delle  elementari, che emette un suono piuttosto acuto. Sulla faccia interna del coperchio, dove si può leggere la dicitura “1919”scritta in caratteri minuti forse a penna dall’artigiano, ho incollato dei semi di ciliegie.

Il ricamo è arrotolato all’interno della scatola, sul fondo della quale c’è incollato un “nido” fatto di fili di rame, che contiene un piccolo uovo di legno. Tutto attorno al nido ci sono fiori secchi di gelsomino azoricum. Questo tipo di gelsomino è quello che preferisco in assoluto; mi riporta a un paio di soggiorni che feci da ragazza in Tunisia, dove usavano farne dei mazzetti stretti e metterli poi sulle orecchie, per sentirne il profumo portato dal vento.

Materna – Agosto 2019

Ho iniziato questo ricamo nell’agosto del 2019; l’ho lasciato da parte a lungo e ho ripreso a lavorarci solo due anni dopo. Per tutto il mese di agosto del 2021 il ricamo e la creazione del contenitore hanno proceduto parallelamente alla malattia della mia adorata gatta, che amavo profondamente; li ho poi terminati poco dopo la sua morte.

Il disegno è ispirato alle gallerie che le larve di un insetto della famiglia dei Curculionidi, il bostrico, scavano sotto la corteccia di alcuni tipi di alberi, principalmente abeti rossi, pini e larici, di solito quando sono già indeboliti da attacchi di altri insetti, danneggiati da frane e maltempo o anche già morti. Inizialmente la mia attenzione era focalizzata quindi sul mio ribrezzo/attrazione verso il brulicare nascosto degli insetti; ma quando Nebbia si è ammalata e ho iniziato a mettere insieme la scatola il mio sentito era molto più cupo e inquieto.

Il bostrico è in grado di uccidere un albero in poche settimane; in primavera i maschi forano la corteccia e scavano una “camera d’accoppiamento”, dove vengono raggiunti dalle femmine, che una volta fecondate scavano gallerie longitudinali come quella che ho ritratto nel ricamo, chiamate “materne”, nelle quali nascono poi le larve che si nutrono del legno, scavando altre tortuose gallerie che finiscono con una camera allargata, dove infine si impupano.

la corteccia inizia prima a sollevarsi e dividersi in placche, poi si separa dal legno; sul tronco si possono osservare i fori di uscita degli insetti e una polvere di legno rossiccia ai piedi delle piante. L’albero muore silenziosamente, e quando ci si rende conto del problema di solito è già troppo tardi.

Immersa in questo stato d’animo ho raschiato la scatolina, che originariamente conteneva un tè ai frutti di bosco, fino a scoprire tutta la superficie di metallo, e l’ho poi ricoperta di vari tipi di corteccia, che ho raccolto nei boschi vicino casa. Sul coperchio ho incollato una vecchia spazzola per i piatti fatta di legno di faggio e setole di tampico, una fibra ottenuta dalle foglie di un’agave messicana. Sulla parte interna ho incollato un cucchiaino di briciole di corteccia.

L’interno della scatola è rivestita con uno strato molto sottile di corteccia, e sul fondo ho inserito terra e alcune radichette secche, di sedano e di erbe spontanee, che ho raccolto nel mio orto sul terrazzo. Il ricamo è arrotolato attorno a un vecchio rocchetto in cartone di filo verde scuro e a un pezzetto di quello che credo sia una scaglia di ardesia.

El siempre mar – Novembre 2018

Ho ricevuto in dono questo fazzolettino di quello che credo sia un lino un po’ spesso, insieme a vari altri molto simili, di misure tutte diverse, forse ricavati da una vecchia tovaglia o un lenzuolo. Tutti avevano un piccolo fiore ricamato a rilievo su un angolo, di colori e fattezze diversi tra loro. Questo in particolare misura circa 20 centimetri per 19, e fa parte dei lavori che ho fatto il primo anno che ho iniziato a ricamare, il 2018.

I miei primi ricami erano chiarissimi, quasi evanescenti, usavo solo fili grigio chiarissimo, azzurri, beige. Mi sono resa conto solo in seguito, riguardandoli a distanza di anni, che esprimevano una mia timidezza nell’essere ciò che volevo essere, erano appena sussurrati.

Questo era ricamato in grigio chiaro, azzurro e bianco, e quando l’ho tirato fuori dal cassetto ho sentito il bisogno di aggiungere un quarto filo più deciso e forte: un bel verde giallo, quasi dorato, che amo molto, per lo scheletro del riccio e un viola rosso per le gocce d’acqua.

Per la precisione il disegno ritrae un dermascheletro di Echinodiscus tenuissimus, un riccio di mare piatto, chiamato anche dollaro di sabbia per la sua forma e la sua consistenza vetrosa. Si trovano comunemente sulle spiagge in zone sia temperate che tropicali.

Il contenitore è una scatolina esagonale di cartone, che ho ricoperto dentro e fuori di oggetti di recupero a tema marino e tessile. Amo recuperare vecchi oggetti e adoro la tecnica dell’assemblage art e dei collage book, in questo caso ho assemblato una collage box. Sul coperchio ci sono conchiglie, rametti portati dal mare, un ciuffo di lana di pecora, una stelletta militare, due vecchie monete, una dello Zimbabwe del 1980 e una algerina del 1970.

C’è poi un pezzo di un filtro metallico, un’etichetta che era attaccata a un antico baule di viaggio e un vecchio automatico con il suo cartoncino, e un piccolo egagropilo (sono aggregazioni di residui fibrosi di piante marine, che si trovano anche su nostri litorali). La superficie restante è incrostata di sale marino integrale.

Sui lati e sotto ci sono ritagli di fotografie scattate anni fa con la mia Voigtlander Vito B, un laccio di silicone di una maschera da sub, un cartoncino misuratore di ph, ritagli di illustrazioni e di carte colorate e argentate, un mio disegno e un pezzetto di stoffa colorato con foglie e petali di carciofo.

All’interno del coperchio ho incollato della carta velina neutra e un altro rametto portato dal mare, non so che tipo di legno sia, ma sfoglia dando corpo a una specie di pennello naturale, con la consistenza della carta. Ci ho fatto gocciolare sopra dall’alto del colore blu e verde fatto con l’acquarello al miele di Windsor e Newton (ne ho una mini scatolina che risale a poco dopo i tempi dello IED).

Sul fondo della scatolina ho creato un tappeto di occhi di Santa Lucia; sono i coperchi di un certo tipo di conchiglia, considerati dalle credenze popolari dei potenti amuleti contro il malocchio, e in grado di guarire le malattie degli occhi.
Ho aggiunto altri pezzetti di conchiglie e su un bordo un francobollo dell’air mail statunitense del 1961, che inneggia alla libertà.

Tra le pieghe del ricamo ho infilato la versione reale del dermascheletro di cui ho parlato sopra.

Soffia vento, vieni naufragio – Ottobre 2018

Tra i primi ricami, più volte sfilato e ricominciato, su un tessuto di lino molto liso e leggero, quasi una garza; ho ripreso i fiori da un mio dipinto a olio del 2005, ma ho aggiunto il vento, che li ha trasformati in eroi gioiosi e liberi, che abbracciano il loro destino finalmente lontani dalla mania di controllo, anche a costo dell’incolumità.

Questo tipo di tessuto si increspa molto sotto l’azione dei fili; crea depressioni e collinette ed è interessante vedere come reagisce tirando più o meno il filo durante il ricamo. Ho lasciato i bordi sfrangiati e disordinati in omaggio al lasciare andare e al seguire il fiume, attitudine che sto coltivando da anni e che finalmente inizia a far parte di me, profondamente.

Per il contenitore sono partita da questa scatola di riso. L’ho ricoperta con ritagli di un mio vecchio disegno a gessetti, che ho fissato con un velo di albume. Ho legato sulla cima una piccola corona un po’ sbilenca, fatta con la tecnica del wire art. Ho usato un filo d’argento, molto morbido e malleabile. Adoro la wire art perché ti permette di creare oggetti/non-oggetti quasi trasparenti, unica pecca sono molto difficili da fotografare.

Sulla faccia anteriore della scatola ho incollato uno stampo di vetro che ho riempito di semi volatili (forse di oleandro?), e un fiore di legno preso da un giocattolo per neonati; sui due lati ho infilato dei rametti di legno e sul lato posteriore la rosetta di un’annaffiatoio, che ho riempito di semi di fiori.

All’interno ci sono il bocciolo secco e un paio di petali di una rosa, il gambo secco di un fiore, del muschio e un pezzetto di corteccia. La scatola è rivestita con due strati di carta velina beige, incollati alla meno peggio, e la base è incollata a una mattonella di argilla rossa dipinta da me vari anni fa.

Scivola – Agosto 2018

Uno dei primi ricami che ho realizzato, su un ex tovagliolo a sua volta riciclato dal lenzuolo di un corredo proveniente dalla Sabina, della metà del ‘900; le carpe koi mi hanno sempre affascinata perché sono tra i pesci più flessuosi ed eleganti, legate alla cultura orientale che negli ultimi anni ho seguito con interesse e una certa dose di ammirazione. Ho rimaneggiato il ricamo varie volte sostituendo il colore e il tipo dei fili.

La base del contenitore è una semplice scatola di cartone, anche piuttosto leggero. Ho incollato sul lato sinistro il ritaglio della copertina di un mio vecchio artbook, sul quale avevo disegnato due carpe koi a penna biro. La copertina è apribile, ed è tenuta ferma sul lato destro con un piccolo automatico di metallo.

Sul lato frontale della scatola sono incollate una serie di pietrine di vetro trasparente levigato, provenienti da una collana, e in alto dei sassi, sempre di vetro; sulla sinistra c’è una bottiglietta contenente un tonico ayurvedico per il mal di testa, reumatismi etc, proveniente da un emporio della città di Kandi in Sri Lanka. Il foglietto illustrativo del tonico, datato 2005, è incollato all’interno dell’aletta dell’apertura.

Sul lato destro della scatola ho incollato una provetta di vetro chiusa con un tappino di sughero, che contiene due tipi di palline di vetro, quelle più grandi provenienti da vecchi fondotinta e quelle piccoline da cartucce usa e getta di penne stilografiche. In alto ho incollato un bicchierino di vetro da laboratorio, molto sottile, nel quale si muove una pallina di vetro piuttosto grande e pesante.

Sulla parte posteriore della scatola ci sono un cartoncino con vecchie prove a olio e una busta di carta oleata nella quale è infilata una cartolina indirizzata a mio padre, affrancata con un francobollo da 15 lire, datata al 31 gennaio 1958, raffigurante “il piccolo lago di villa Borghese”. Sulla linguetta di apertura della scatola ho incollato una scatolina di balsamo di tigre comprato in Malesia (ma diffuso ovunque). Nella scatolina c’è un sasso bianco tondeggiante e levigato.

Aprendo la copertina si può vedere un altro disegno di una carpa koi a penna biro, su carta quadrettata, incollato su un ritaglio di un mio vecchio disegno a gessetti. Sotto ho incollato un’incisione ritagliata da una raccolta originale dei numeri di un’antica rivista, “Illustrazione Italiana”, pubblicato tra il 1891 e il 1892, che rappresenta le ninfee di un laghetto dell’orto botanico di Pavia. Ho ricamato direttamente sulla carta con filo rosa e verde acido. Sulla sinistra in alto c’è un documento di viaggio di un pacchetto proveniente da Hong Kong.